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Liturgia


Il segno della croce


La croce è (o almeno dovrebbe essere) il segno identificativo del cristiano. Purtroppo oggi viene utilizzato anche in maniera impropria: quante volte avete visto un calciatore che, entrando in campo, tocca il terreno e poi si fa un fugace segno di croce come fosse un portafortuna, o quante volte la croce viene ridotta a semplice gioiello ornamentale, talvolta addirittura in chiara contraddizione con gli atteggiamenti e con le parole di chi la indossa (pensate a tutte le stelline o presunte tali della televisione).
No, a noi interessa comprendere il significato di questo gesto talmente familiare per i cristiani praticanti. La croce, strumento del supplizio di Gesù, è divenuta il simbolo della redenzione. Tutte le celebrazioni liturgiche cominciano con il segno di croce: la messa, la confessione, la preghiera liturgica delle Ore, e tutti i fedeli si segnano nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Probabilmente all'inizio si usava farlo solo in fronte; in seguito si arrivò ai gesti attuali: il segno di croce ampio su noi stessi (dalla fronte al petto e dalla spalla sinistra alla destra) o il piccolo triplice segno di croce sulla fronte, sulla bocca e sul petto, come alla proclamazione del vangelo. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: queste parole sono state pronunciate su di noi al momento del battesimo ed in un certo senso siamo stati segnati per sempre, in maniera indelebile; con il battesimo quindi tutta la nostra vita è stata posta sotto il segno della croce di Cristo.
Questo gesto semplice, ma pieno di significato, diviene per noi una vera e propria professione di fede, è un segno di appartenenza: ripetendo questo gesto ricordiamo a noi stessi che siamo stati salvati da Cristo e che gli abbiamo affidato la nostra vita. Ogni volta che ci segniamo intendiamo affermare che ci impegniamo a seguire quello stile di vita che Cristo ci ha mostrato ed insegnato: "se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16,24). È un messaggio di risurrezione, di salvezza, di speranza, di vita cristiana intesa come servizio.
Quando passiamo davanti ad una edicola sacra (se ancora ce n'è qualcuna) non vergogniamoci quindi: facciamo il nostro bel segno di croce, lento, ampio, come se abbracciasse tutta la nostra persona. "Lo facciamo prima della preghiera, affinché esso ci raccolga e ci metta spiritualmente in ordine; dopo la preghiera perché rimanga in noi quello che Dio ci ha donato. Nella tentazione perché ci irrobustisca, nel pericolo perché ci protegga. Nell'atto della benedizione perché la pienezza della vita divina penetri nella nostra anima consacrando ogni cosa."



Il Signore sia con voi


In ogni messa questo breve dialogo tra sacerdote e fedeli viene ripetuto almeno tre volte: prima del vangelo, all'inizio della preghiera eucaristica e prima della benedizione finale. Dominus vobiscum, era l'antico augurio in latino: che il Signore sia con voi. Speriamo che sia veramente così, quanto bisogno abbiamo che Dio sia presente nella nostra vita!
Dominus vobiscum sono le parole di un'antichissima formula di saluto liturgico. La troviamo all'inizio dei formulari più antichi che ci sono pervenuti della preghiera eucaristica, risalenti all'inizio del terzo secolo. La formula Il Signore sia con voi e la relativa risposta E con il tuo spirito viene dalla sacra Scrittura. È una formula di augurio che assume il valore di preghiera. Per noi cristiani essa è avvalorata dalla promessa contenuta nelle ultime parole di Gesù ai discepoli: "ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 20,28). E nella Sacra Bibbia ritroviamo questo augurio in svariati momenti: "Io sarò con te" dice Dio a Isacco, a Mosè, a Giosuè, a Geremia, a tutto il popolo di Israele. Il signore sia con te augura Saul a Davide. Il Signore è con te gli dirà il profeta Nataan. Lo stesso augurio che l'arcangelo Gabriele farà a Maria Vergine e che noi ripetiamo come un'eco in ogni nostra Ave Maria.
Quando Gesù risorto, si presentò sulle rive del lago di Tiberiade e regalò la pesca miracolosa, Giovanni sussurrò a Pietro: "è il Signore!" (Gv 21,7). Allo stesso modo il sacerdote assicura l'assemblea della presenza divina e le augura di incontrare nella celebrazione il suo Signore crocifisso e risorto: Il Signore sia con voi!, espressione che indica la dimensione pasquale della messa. E se Cristo Signore è con noi, sono con noi l'amore di Dio padre e la comunione dello Spirito Santo (2Cor 13,13).
Il Signore sia con voi! Possiamo davvero aspettarci ottimi risultati quando egli è con noi!



L'atto penitenziale


La celebrazione cristiana prevede il riconoscimento ed il perdono dei peccati. Il rito penitenziale all'inizio della celebrazione eucaristica è un appello alla misericordia divina da parte di tutti. Il rito attuale comprende un'esortazione del sacerdote all'intera assemblea al riconoscimento dei peccati, un momento di silenzio e di raccoglimento per l'esame di coscienza, la confessione o supplica per il perdono, la preghiera assolutoria del sacerdote. È una breve ma intensa celebrazione in cui si integrano il riconoscimento sincero della propria condizione di peccatori e l'invocazione unanime e fiduciosa nella bontà di Dio. Tutti insieme, come comunità dei discepoli di Cristo, ci riconosciamo peccatori e bisognosi del perdono di Dio. Tre sono le modalità previste dal Messale: la prima è condensata nel Confesso a Dio onnipotente… la seconda costituita da due versetti con le loro risposte Pietà di noi Signore. Contro di te abbiamo peccato… e l'ultima, quella forse più usata, è uno sviluppo del canto del Kyrie eleison, Signore pietà, al quale vengono premesse delle invocazioni. Il sacerdote poi conclude l'atto penitenziale con un'assoluzione. Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna; assoluzione, si badi bene, che non ha lo stesso valore del sacramento della penitenza (OGMR 51)2 cioè non opera di per se stessa il perdono dei peccati come il sacramento della riconciliazione. Su questo punto la riflessione ed il dibattito teologico sono ancora molto vivi. Va comunque tenuto presente che l'atto penitenziale della messa non è un atto istantaneo ma un breve e significativo cammino di conversione che richiama la responsabilità di ciascuno e della comunità, capace non solo di rimettere i peccati veniali, ma di svolgere un'azione educativa sulla dimensione ecclesiale del peccato e della riconciliazione.


La benedizione dell'acqua


Una delle possibilità offerte dal Messale romano (e il nostro parroco fortunatamente la sfrutta spesso), un modo alternativo per iniziare la celebrazione eucaristica domenicale, è quello di compiere il rito, pieno di simbolismo, della benedizione dell'acqua e dell'aspersione; si tratta di un rito ripreso dalla veglia pasquale, che diventa un ricordo vivo del proprio battesimo.
Il celebrante, dopo il saluto all'assemblea, invita tutti a pregare in silenzio, poi benedice l'acqua, recitando un'appropriata preghiera. Il simbolismo del rito è abbastanza chiaro e comprensibile: iniziamo la celebrazione col ricordo che siamo stati battezzati e che, come tali, apparteniamo al popolo di Dio. Questa appartenenza ci da il diritto-dovere di partecipare alla celebrazione fondamentale dell'eucarestia. Il sacerdote benedice Dio e gli chiede di rinnovare nei fedeli la sua azione salvifica per mezzo dell'acqua; con questa poi , segna se stesso col segno della croce e scende dall'altare per benedire i fedeli.
La benedizione dell'acqua e l'aspersione con essa, si compie innanzitutto nella veglia pasquale, la notte battesimale per eccellenza; le domeniche dell'anno liturgico sono come il prolungamento ed il rinnovamento settimanale della Pasqua.
Tanti sono poi gli utilizzi dell'acqua benedetta previsti dalla liturgia: con l'acqua benedetta presa dall'acquasantiera posta all'ingresso della chiesa siamo soliti segnarci quando entriamo nella casa di Dio; questo gesto ha un chiaro significato battesimale: noi entriamo in chiesa per partecipare ad un'azione liturgica comunitaria o per una preghiera personale come battezzati: apparteniamo a Cristo, siamo suoi discepoli, sua famiglia.
Altro uso dell'acqua benedetta è quello per la benedizione delle famiglie, la benedizione delle case, come desiderio e garanzia che la benefica influenza della Pasqua del Signore giunga e si fermi in tutte le famiglie cristiane. Anche il rito dell'Unzione degli infermi propone l'aspersione con l'acqua benedetta; e come a ricordare l'aspersione avvenuta nel momento del battesimo, anche l'estremo saluto nella celebrazione delle esequie viene sottolineato dall'acqua. L'acqua diviene quindi simbolo dell'affetto col quale Dio ha voluto purificare l'essere umano e farlo rinascere nel mistero della Pasqua di Cristo.



La Parola di Dio


A seguito del concilio Vaticano II, in luogo delle due letture, ogni anno sempre le stesse sia per i giorni festivi che per i feriali, e per di più in latino, oggigiorno in ogni messa domenicale e delle solennità viene proposto un brano del vangelo preceduto da altri due brani della Sacra Scrittura, di solito uno e dall'Antico Testamento ed uno dal Nuovo Testamento; nei giorni feriali le letture sono solo due, il Vangelo e la prima da un altro libro della Bibbia. L'attuale Lezionario prevede tre letture ed un salmo per ogni messa secondo un ciclo triennale (anno A, B o C), stabilisce una differente scelta per le letture a seconda dei tempi liturgici e propone un certo nesso tra tutte le letture od una parte di esse. Il concilio parla di mensa della parola sottolineando che le due parti che costituiscono in un certo modo la messa, cioè la Liturgia della Parola e la Liturgia eucaristica sono congiunte tra di loro così strettamente da formare un solo atto di culto (SC 56)2. E' opportuno sottolineare che la Liturgia della Parola è più di una semplice lettura della Sacra Scrittura, ne è la realizzazione e la celebrazione, ed è già vera comunione con Cristo attraverso la fede e l'adesione al suo messaggio "Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 11,28).
Le espressioni del lettore e del sacerdote dopo le letture Parola di Dio e Parola del Signore, costituiscono una professione di fede da parte del lettore ed un invito alla fede rivolto all'assemblea, invito che viene raccolto con le risposte Rendiamo grazie a Dio! e Lode a te o Cristo! Dio quindi parla, oggi, a noi, suo popolo convocato in assemblea. È Cristo che annuncia oggi il suo vangelo, la sua buona novella, la salvezza. L'atteggiamento da assumere da parte dei figli di Dio è quindi quello dell'ascolto innanzitutto, e della riflessione meditata con disponibilità alla risposta poi. "come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra perché dia frutti, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata"(Is 55, 10-11).



L'omelia


Quante volte abbiamo sentito battute sulle prediche dei preti a messa! La stessa parola predica è diventata sinonimo di tiritera noiosa e interminabile. Ma l'omelia (questo il termine esatto) è parte integrante dell'azione liturgica. In essa, nel corso dell'anno liturgico, vengono presentati i misteri della fede e le norme della vita cristiana, attingendoli dal testo sacro(SC 52)2. Essa deve consistere nella spiegazione di qualche aspetto delle letture della Sacra Scrittura tenuto conto sia del mistero che viene celebrato, sia delle particolari necessità di chi ascolta (OGMR 65)3.. potremmo definirla un'esposizione viva ed attuale della parola che Dio rivolge alla comunità cristiana qui e ora nel contesto della celebrazione liturgica. Non è quindi un'ingerenza clericale tra i fedeli e la parola di Dio, ne, tanto meno, un solo fatto di costume. È invece uno degli elementi della celebrazione eucaristica, il cui fulcro è la parola di Dio, spiegazione ed attualizzazione della parola di Dio proclamata per la comunità celebrante. L'esempio migliore ci viene offerto dalla scena di Gesù nella sinagoga di Nazareth. Dopo aver letto alcuni passi del libro del profeta Isaia, egli arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire "oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi"(Lc4, 20-21). Il fine dell'omelia è sempre quindi quello di tradurre la parola di Dio mostrandone l'attualità. Certo essa non ha il valore universale che possiede la Bibbia, in cui la chiesa riconosce l'autentica parola di Dio, ma è parola di Dio per la comunità celebrante. Non si tratta di una ripresentazione amplificata del brano del vangelo ascoltato, ne di una lezione di teologia o di morale. L'omelia ha lo scopo di incoraggiare la comunità a seguire Cristo e le esigenze della fede.
E per chi ascolta? San Gregorio afferma che "è necessaria la stessa grazia a coloro che annunciano la parola come a quelli che l'ascoltano". Alla fine, nell'intimo di ogni battezzato il rumore delle parole umane si spegne e ciascuno deve ripetere nel proprio cuore:" parla Signore, il tuo servo ti ascolta" (Sam 3,11).



Il silenzio


Il silenzio, tacere ed ascoltare, è uno dei gesti simbolici meno compresi e meno praticati della nostra liturgia. Tuttavia, la costituzione conciliare sulla liturgia, tra i mezzi per promuovere la partecipazione attiva alla celebrazione, pone anche il silenzio. Così, durante l'atto penitenziale e dopo l'invito alla preghiera, il silenzio aiuta il raccoglimento; dopo la lettura o l'omelia, è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltato; dopo la comunione favorisce la preghiera interiore di lode e di supplica. (OGMR 45)2. Ascoltare non è un atteggiamento passivo. Il momento privilegiato dell'ascolto si ha durante la liturgia della Parola: in quel momento si riconosce la presenza di Dio che ci parla. Anzi, potremmo dire che tutta la fede cristiana si riassume nell'ascoltare Gesù Cristo , come Dio stesso afferma nella nube nell'episodio della trasfigurazione: "Questi è il mio Figlio prediletto: ascoltatelo!(Mc 9,7). La celebrazione liturgica ha bisogno di momenti di silenzio, perché quanto abbiamo visto e udito attraverso i sensi possa penetrare nel più profondo del nostro essere. Il silenzio pertanto non è una semplice attesa, finchè non sia compiuto un atto esteriore ma è la preparazione di noi stessi a metterci in cammino, a presentarci al Signore pregandolo che ci disponga al cambiamento. Il silenzio comune diviene così preghiera comune, azione comune. Il silenzio è un'arte, si impara e si impara davanti a Dio. Il profeta Elia riconobbe la presenza del Signore nel mormorio di un vento leggero (1Re, 15,12) per indicarci che è nel silenzio che Dio si fa sentire.
Allora siedi e ascolta! Ecco alcuni versi molto espressivi di un poeta indiano3:

Siediti ai bordi dell'aurora; per te sorgerà il sole.
Siediti ai bordi della notte; per te scintilleranno le stelle.
Siediti ai bordi del torrente; per te canterà l'usignolo.
Siediti ai bordi del silenzio; Dio ti parlerà.



La professione di fede


"Credo in un solo Dio": così ha inizio in tutte le messe domenicali e solenni la comune professione di fede (nelle messe feriali il Credo non viene recitato). Il simbolo, o professione di fede ha come fine che tutto il popolo riunito risponda alla parola di Dio, pronunciata nella lettura della Sacra Scrittura e spiegata nell'omelia; e perché, recitando la regola della fede torni a meditare e professi i grandi misteri prima della loro celebrazione nell'eucarestia (OGMR 67)2. la recita del Credo, dunque, è il momento in cui l'intera assemblea proclama con forza la propria fede. Per la sensibilità popolare poi il Credo ha un forte valore emotivo e simbolico: è l'affermazione dell'unicità della fede non solo nelle diverse comunità, ma anche nel tempo. Il nome appropriato simbolo deriva da una parola greca symbolon che indica un segno di riconoscimento o un mezzo di identificazione usato nell'antichità. Era dunque il modo spirituale col quale i primi cristiani potevano riconoscersi tra di loro in quanto professanti la medesima fede. Il Credo è dunque quasi un condensato della fede cristiana.
Il primo Credo cristiano fu pronunciato dal cieco nato. Al Signore che dopo averlo guarito gli chiedeva "credi tu nel Figlio dell'uomo?" quegli rispondeva "Io credo, Signore!" (Gv 9,35,38). Recitando la professione di fede ci si affida a Dio che è Padre, Figlio e Spirito; un Dio che crea, chiama alla vita, in Cristo si fa vicino (..per noi uomini e per la nostra salvezza…si è incarnato, morì,…è risuscitato…di nuovo verrà..) e offre i doni dell'opera salvifica, in primo luogo lo Spirito Santo. Seguono gli articoli sulla chiesa, anch'essa oggetto di fede (credo che esista come dono e che sia santa) e sul battesimo, fino alla risurrezione. Recitare, proclamare, cantare il Credo è come immergersi nell'oceano infinito di Dio, sentirsi avvolti dalla sua mano e guidati con sicurezza verso la pienezza della vita. Osserviamo infine che la miglior professione di fede è la celebrazione stessa dell'eucarestia nel suo insieme, soprattutto se, usciti di chiesa, ci si impegna a vivere secondo il vangelo.




La preghiera dei fedeli


Tra gli elementi che sono stati ristabiliti, secondo la tradizione dei Padri, e che con il tempo erano andati perduti, papa Paolo VI elenca, nella sua costituzione Missale romanum, la preghiera universale o preghiera dei fedeli. È collocata, nella messa, dopo la lettura del vangelo, dopo l'omelia e la professione di fede. La successione delle intenzioni è questa:
- per le necessità della chiesa
- per i governanti e per la salvezza di tutto il mondo
- per quelli che si trovano in difficoltà
- per la comunità locale
è introdotta dal sacerdote con una breve munizione per invitare i fedeli a pregare e conclusa con un'orazione. Questa preghiera viene chiamata comunemente preghiera dei fedeli non perché sia prerogativa dei laici, in contrapposizione al clero, ma perché realizza un diritto-dovere di tutti i battezzati, quello di continuare in se stessi il sacerdozio di Cristo, facendosi mediatori tra Dio e il mondo con la preghiera di supplica e d'intercessione. Ma si chiama anche preghiera universale perché tale deve sempre essere, senza chiudersi nel ristretto orizzonte del singolo o del gruppo celebrante: il suo stile ed il suo spirito sono di pregare per e con gli altri. È, insieme, segno e impegno di solidarietà con la comunità dei credenti e con tutta l'umanità. Quello che, insieme, chiediamo a Dio, poi, impegna ciascuno nella stessa direzione. La preghiera d'intercessione, però, non è fare a scaricabarile con Dio: è precisa consapevolezza e assunzione delle proprie responsabilità. Non è dare ordini a Dio, metterlo al corrente dei nostri problemi, dirgli cosa e come dovrebbe fare in questo o quel caso che ci sta a cuore. È invece umile riconoscimento dei propri limiti, espressione di carità per i fratelli, manifestazione di fiducia in Dio anche nell'angoscia della sofferenza che, in tanti modi, travaglia il mondo.



Il Padre nostro


La presenza del Padre nostro nella celebrazione eucaristica non deve sorprendere: è la tipica preghiera della comunità cristiana, insegnata e consegnata da Gesù ai suoi discepoli. Là dove la comunità dei credenti si raduna attorno alla mensa del Signore, è normale che si invochi Dio chiamandolo padre, e questo avviene fin dalle origini della chiesa, in tutte le liturgie cristiane. Il Padre nostro ci è pervenuto secondo una duplice tradizione, quella di Matteo 6,9-13 e quella di Luca 11,2-4. la liturgia ha scelto la versione di Matteo. Si divide in sette invocazioni: le prime tre sono celesti, nel senso che riguardano Dio: il suo nome, il suo regno la sua volontà. Le quattro invocazioni che seguono sono terrene, riguardano l'uomo:Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti…non ci indurre in tentazione, liberaci dal male. La preghiera del Signore non è la domanda dei servi a un padrone, ma la preghiera dei figli al loro padre. Osare pronunciare l'invocazione padre è prendere coscienza che si è figli: solo i figli possono dire padre, perché "uno solo è il Padre vostro, quello del cielo"(Mt 23,9). La testimonianza più antica del Pater noster nella liturgia eucaristica sembra debba ricercarsi alla fine del terzo secolo con Sant Ambrogio ed era allora inserita nei riti della comunione; oggi la troviamo collocata dopo la preghiera eucaristica, recitata sopra i santi doni. La domanda del pane quotidiano da letterale che era si è poi tradotta in particolare riferimento al pane eucaristico; con il Padre nostro iniziano i riti di comunione: è la preghiera per la mensa eucaristica.
Rimetti a noi i nostri debiti. La domanda per la remissione dei peccati, con l'affermazione che noi siamo pronti a perdonare, è considerata un vero atto penitenziale per una degna comunione: si chiede e si concede il perdono. La riconciliazione con Dio e con i fratelli è la condizione assoluta per partecipare alla mensa eucaristica: lo scambio del segno della pace ne sarà il suggello. Recitando il Padre nostro nella messa siamo quindi richiamati alla nostra dignità di figli di Dio, di battezzati; recitiamolo quindi con fede, pensando e soprattutto credendo alle parole in esso contenute.



Tuo è il regno


Il Padre nostro pregato nella messa è seguito da uno sviluppo che parte dall'ultima domanda "ma liberaci dal male" e la preghiera che segue "liberaci Signore da tutti i mali" sembra risalga al tempo di San Gregorio Magno; fu introdotta nel Messale romano nel sec. VI e si ispira alla lettera di S. Paolo a Tito. "nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo, il quale ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone."(Tt 2,13-14) Si presenta come un collegamento tra la preghiera del Signore ed il rito della pace: la chiesa supplica perché la misericordia di Dio liberi i fedeli dai legami del peccato chiedendo per loro la sicurezza per ciò che potrebbe accadere "sicuri da ogni turbamento" in modo da vivere nella santa attesa della venuta del loro Signore "nell'attesa della beata speranza". Questa è la vera liberazione promessa a coloro che sono diventati con Cristo, i figli del Padre: essa conduce al suo regno e alla sua gloria, come canta l'acclamazione che segue. "tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli!". Questa acclamazione è certamente molto antica, risalente al II o per qualcuno addirittura al I secolo . Comunque la si ritrova ripetuta nel testo della Didaché, nel libro di Davide ed in alcuni passaggi dell'Apocalisse. Era presente nella maggior parte delle liturgie delle Chiese d'Oriente e della Riforma e ancor oggi ne fa parte, posta come da noi, dopo il Padre nostro: almeno in questo lo Spirito ecumenico sembra lavorare a favore dell'unità di tutti i cristiani.


Il segno di pace


Molti considerano il segno di pace un formalismo o, nel migliore dei casi, un gesto che provoca disagio, anche se, pareri diversi affermano che proprio lo scambio del segno della pace durante la messa spinge a sentirsi più fratelli. D'altronde, e lo vediamo nelle nostre chiese, c'è un po' di tutto: chi lo fa, chi non lo fa, chi si scambia una parola e un sorriso, chi solo la stretta di mano, chi si abbraccia, chi si degna appena di muovere il capo, chi rimane fermo ed imbarazzato e non sa cosa fare, chi se ne va in giro per tutta la chiesa.
Il segno di pace è una cosa seria: non tanto il gesto in sé, qualunque esso sia, ma ciò che quel gesto deve significare. Non dovremmo dimenticare che il segno di pace è connesso con la preghiera che il sacerdote recita poco prima, in cui ricorda le parole di Gesù agli apostoli: "vi lascio la pace, vi do la mia pace". E la pace che ci da Gesù non è cosa da poco, è il condensato di tutti i beni "non come la da il mondo, io la do a voi" (Gv 14,27).
Per i cristiani è il dono messianico per eccellenza, perché Gesù "ha riappacificato con il sangue della sua croce tutte le cose (Col 1,20) e la pace è il suo primo saluto ai discepoli nel giorno di Pasqua (Gv 20, 19). Fin dalla nascita di Gesù la pace viene annunciata dagli angeli, diventando dono della sua incarnazione per la nostra salvezza: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama"(Lc 2,14). Con questa bellissima preghiera quindi il sacerdote ha chiesto a Gesù Cristo il dono della sua pace. Poi, in suo nome, può augurarla a tutta l'assemblea: "la pace del Signore sia sempre con voi".
La pace, dono del Signore, diventa quindi un preciso impegno personale per il credente: il segno di pace che si fa poco prima della comunione è condizione indispensabile affinché la comunione stessa non sia un gesto vuoto o falso. Non si può infatti essere in comunione con Cristo senza esserlo con coloro che partecipano come noi alla stessa mensa del corpo di Cristo. Perché sia vera la comunione, bisogna che sia vero anche il segno di pace. Stringere la mano ad un amico non costa niente; dare la mano ad uno sconosciuto o ad uno che ci sta antipatico è già più difficile; fare pace con qualcuno col quale abbiamo litigato è ancora più difficile, ma proprio questo è il significato più vero del segno di pace!
E visto che non si tratta di un buongiorno in più o di una stretta di mano supplementare, quando si fa, si faccia consapevoli del senso che ha.



Tuo è il regno


Il Padre nostro pregato nella messa è seguito da uno sviluppo che parte dall'ultima domanda "ma liberaci dal male" e la preghiera che segue "liberaci Signore da tutti i mali" sembra risalga al tempo di San Gregorio Magno; fu introdotta nel Messale romano nel sec. VI e si ispira alla lettera di S. Paolo a Tito. "nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo, il quale ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone."(Tt 2,13-14) Si presenta come un collegamento tra la preghiera del Signore ed il rito della pace: la chiesa supplica perché la misericordia di Dio liberi i fedeli dai legami del peccato chiedendo per loro la sicurezza per ciò che potrebbe accadere "sicuri da ogni turbamento" in modo da vivere nella santa attesa della venuta del loro Signore "nell'attesa della beata speranza". Questa è la vera liberazione promessa a coloro che sono diventati con Cristo, i figli del Padre: essa conduce al suo regno e alla sua gloria, come canta l'acclamazione che segue. "tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli!". Questa acclamazione è certamente molto antica, risalente al II o per qualcuno addirittura al I secolo . Comunque la si ritrova ripetuta nel testo della Didaché, nel libro di Davide ed in alcuni passaggi dell'Apocalisse. Era presente nella maggior parte delle liturgie delle Chiese d'Oriente e della Riforma e ancor oggi ne fa parte, posta come da noi, dopo il Padre nostro: almeno in questo lo Spirito ecumenico sembra lavorare a favore dell'unità di tutti i cristiani.


Il segno di pace


Molti considerano il segno di pace un formalismo o, nel migliore dei casi, un gesto che provoca disagio, anche se, pareri diversi affermano che proprio lo scambio del segno della pace durante la messa spinge a sentirsi più fratelli. D'altronde, e lo vediamo nelle nostre chiese, c'è un po' di tutto: chi lo fa, chi non lo fa, chi si scambia una parola e un sorriso, chi solo la stretta di mano, chi si abbraccia, chi si degna appena di muovere il capo, chi rimane fermo ed imbarazzato e non sa cosa fare, chi se ne va in giro per tutta la chiesa.
Il segno di pace è una cosa seria: non tanto il gesto in sé, qualunque esso sia, ma ciò che quel gesto deve significare. Non dovremmo dimenticare che il segno di pace è connesso con la preghiera che il sacerdote recita poco prima, in cui ricorda le parole di Gesù agli apostoli: "vi lascio la pace, vi do la mia pace". E la pace che ci da Gesù non è cosa da poco, è il condensato di tutti i beni "non come la da il mondo, io la do a voi" (Gv 14,27).
Per i cristiani è il dono messianico per eccellenza, perché Gesù "ha riappacificato con il sangue della sua croce tutte le cose (Col 1,20) e la pace è il suo primo saluto ai discepoli nel giorno di Pasqua (Gv 20, 19). Fin dalla nascita di Gesù la pace viene annunciata dagli angeli, diventando dono della sua incarnazione per la nostra salvezza: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama"(Lc 2,14). Con questa bellissima preghiera quindi il sacerdote ha chiesto a Gesù Cristo il dono della sua pace. Poi, in suo nome, può augurarla a tutta l'assemblea: "la pace del Signore sia sempre con voi".
La pace, dono del Signore, diventa quindi un preciso impegno personale per il credente: il segno di pace che si fa poco prima della comunione è condizione indispensabile affinché la comunione stessa non sia un gesto vuoto o falso. Non si può infatti essere in comunione con Cristo senza esserlo con coloro che partecipano come noi alla stessa mensa del corpo di Cristo. Perché sia vera la comunione, bisogna che sia vero anche il segno di pace. Stringere la mano ad un amico non costa niente; dare la mano ad uno sconosciuto o ad uno che ci sta antipatico è già più difficile; fare pace con qualcuno col quale abbiamo litigato è ancora più difficile, ma proprio questo è il significato più vero del segno di pace!
E visto che non si tratta di un buongiorno in più o di una stretta di mano supplementare, quando si fa, si faccia consapevoli del senso che ha.



La comunione


All'invito di Gesù: "prendete…mangiate…bevete…" ripetuto in ogni racconto dell'ultima cena, corrisponde la fase celebrativa della comunione. È il momento culminante della cena del Signore. Non c'è festa che si rispetti senza un banchetto quale segno di condivisione, di concordia, di amore. Seduti alla stessa tavola, non c'è spazio per l'indifferenza, per la falsità o addirittura per il rancore. Ecco perché il Signore dice: "se dunque presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono e va prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono"(Mt 5,23-24). La presenza eucaristica di Gesù è quindi assicurata solo se i cristiani sapranno essere un cuor solo ed un'anima sola. La chiesa, fin dalle origini, ha sempre vissuto questo gesto all'interno della celebrazione con un significato particolare; all'inizio il pane veniva spezzato per poter essere mangiato; solo nell'XI secolo fu introdotto in Occidente l'uso di particole per i fedeli. La frazione del pane aveva significato simbolico: l'unico pane, che viene spezzato e di cui tutti possono partecipare, è simbolo dell'unità dei fedeli tra loro come membra della chiesa in unione con Cristo. Questa comune-unione con Cristo ci permette di superare le nostre divisioni, i nostri egoismi e meschinità. Ci riporta a far parte dell'unico corpo che è la chiesa, pronti a portare Cristo per le strade del mondo, dopo averlo ricevuto sacramentalmente, e a condividere l'amore di Dio in tutto quello che fa parte della nostra vita quotidiana. Il "fate questo in memoria di me"(!Cor 11,24) è ripetuto ancor oggi in ogni liturgia eucaristica, in obbedienza a quanto il Signore ha chiesto. Questo comando di Gesù è, insieme, una promessa, come a dire: ogni volta che voi farete questo in mia memoria, io sarò in mezzo a voi e voi sarete in comunione con me. "Beati gli invitati alla cena del Signore": questa è la cena attuale e sacramentale che si compie nel segno e nella fede.
Per ciò che riguarda la maniera di ricevere l'ostia consacrata, entrambi i modi, con la mano o direttamente sulla lingua, sono ugualmente apprezzabili. Il Concilio Vaticano II è tornato alla prassi in essere delle prime chiese quando il pane spezzato veniva distribuito nelle mani dei fedeli; nel corso dei secoli si era passati, anche a causa della sostituzione del pane con le particole, a dare la comunione direttamente sulla bocca, nel XVI secolo poi la consuetudine volle che si ricevesse la comunione stando in ginocchio. L'importante è essere consci di quanto si va a ricevere: la grazia di Dio penserà poi al resto.



Vi benedica Dio onnipotente


La celebrazione eucaristica si conclude con un'ultima preghiera del celebrante. In essa si implora Dio di far fruttificare l'eucarestia che ci ha riuniti. Il saluto "il Signore sia con voi" ha dato inizio alla celebrazione; la stessa espressione viene usata per congedare i fedeli e per introdurre la benedizione finale, per cui le parole formuleranno in maniera ancora più ricca l'augurio. Prima di inviare i suoi discepoli nel mondo per testimoniare a tutte le nazioni la sua risurrezione, Gesù, alzate le braccia al cielo, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. (Lc24,50-51). Prima di inviare i fedeli nel mondo ad annunciare ai loro fratelli la risurrezione di Cristo, anche il sacerdote alza le mani, li segna con il segno della croce e invoca la benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La benedizione finale nel momento in cui il presidente lascia l'assemblea, manifesta bene il legame che unisce il sacerdote stesso alla sua comunità. Egli viene ordinato non per dominare sui fratelli, ma per recare loro la benedizione di Dio, segnandoli con la croce di Gesù. A dire il vero, non li benedice, ma con la preghiera domanda a Dio di benedirli: "vi benedica Dio onnipotente". Questa è l'umiltà del ministero presbiterale ed è anche la sua eminente dignità.
La benedizione è un augurio orante indirizzato dal sacerdote a tutti i presenti perché Dio, che è Padre, Figlio e Spirito Santo, li guidi e li protegga, mentre viene tracciato il segno glorioso della croce redentrice di Cristo. Così vengono come saldati i due misteri della nostra fede: il mistero di Dio-Trinità e il mistero della redenzione compiuto da Cristo.
Così la chiesa, quando benedice, agisce su mandato del Signore risorto e in virtù del suo Spirito, da lui concessole come ausilio permanente.


1) da E' domenica. Andiamo a messa. F. Rampazzo. Ed. Messaggero. Padova




















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